La pesca, il Piave, la grande guerra

Passeggiare o pescare oggi lungo il greto del fiume Piave in una tranquilla domenica di sole può sembrare una cosa del tutto normale a chi non abbia più di 20 o 30 anni. Chi invece, come me, ha da tempo superato gli anta, ricorda ancora bene i ricordi dei nonni che parlavano del fiume Piave come una specie di monumento naturale dedicato alla Patria in seguito alle vicende della prima guerra mondiale.

L’acqua sta lì, da milioni di anni scorre, imperturbabile, di fronte agli eventi cagionati dall’uomo. Che passi un soldato a cavallo o un canoista, che spiaggino oziosi turisti in costume da bagno o operai di cave di ghiaia, il fiume scorre, come se nulla fosse, come se il passaggio dell’uomo sia solo un fastidioso attimo. Tra i “fastidi” che ronzano attorno al fiume e ai suoi affluenti ci sono io, da sempre appassionato di pesca e scrittura.

La pesca è come una messa: si entra in un mood del tutto particolare, si instaura un rapporto intimo tra te, l’attrezzatura, l’acqua e la speranza di agganciare qualcosa. Tuttavia non è solo il desiderio di portare a casa un pesce a muovermi. Come diceva una famosa frase, l’attesa del piacere è essa stessa il piacere.

E’ l’attesa del momento in cui qualcosa abboccherà a darmi soddisfazione e al tempo stesso serenità, tranquillità. Quell’attesa, gustata nei luoghi che cento anni fa furono sconvolti dalla grande guerra, è ancora più emozionante. Starsene seduti, in pace, sentendo solo il gorgoglio dell’acqua ma al tempo stesso ripensare a cosa accadde in quei luoghi è genera un mix di emozioni contrastanti.

Sembra quasi di vederli, i soldati, che attraversano il fiume in ritirata (nel 1917) o per avanzare (nel 1918). Si sono prodigati per un lembo di terra che oggi, sia a destra che a sinistra, è pur sempre territorio europeo.

Mentre scrivo queste poche righe qualcosa ha abboccato, fine del racconto, inizio del pranzo. Alla prossima.

Andrea Benato